"Il Carmelo insegna alla Chiesa a pregare". - Papa Francesco

VENTISEIESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Questo posta è stato pubblicato originariamente su Pregare insieme da soli.

Matteo 21, 28-32 

Cari amici, gli eventi odierni tratti dal Vangelo secondo Matteo si collocano subito dopo il glorioso ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella a un asino. La purificazione del Tempio fa degenerare l’ostilità, già intensa, tra Gesù e i capi religiosi. L’impatto di questi eventi prepara il terreno per un conflitto ancora più profondo. Con la parabola odierna dei due figli, Gesù non usa mezzi termini nell’acuirsi della tensione.

Un punto importante da tenere presente fin dall’inizio è che l’ordine della sfida lanciata ai due figli smentisce un forte pregiudizio radicato nel corso dei secoli, secondo cui il popolo d’Israele sarebbe il primo figlio e la Chiesa il secondo. Ciò non corrisponde né a questa parabola né a nessun autentico insegnamento cristiano. Non è una questione di cronologia. Ciò che è in gioco è qualcosa di più profondo e più permanente nella vita di un credente: fare la volontà del Padre.

I comportamenti opposti dei due figli, messi in evidenza nella parabola di oggi, sottolineano la contraddizione tra il programma dei capi e la misericordia universale del Dio rivelato da Gesù. L’affermazione di Gesù secondo cui gli esattori delle tasse e le prostitute sarebbero entrati nel regno prima dei capi dei sacerdoti e degli anziani era intesa come una sfida a coloro che si consideravano il popolo eletto di Dio e, quindi, i figli e le figlie prediletti. In seguito, ciò sarebbe diventato una prova per i cristiani ebrei nell’accogliere i gentili nella Chiesa primitiva. Inoltre, mette in discussione la nostra disponibilità ad accogliere l’invito sempre più ampio del Vangelo rivolto ai presunti emarginati dei nostri giorni, in qualunque modo essi sconvolgano la nostra compiacenza.

La parabola è uno strumento di autoconsapevolezza. Non ci vuole grande perspicacia per rendersi conto che condividiamo l’ambiguità dell’impegno che Gesù rivela nei due figli. La perenne volubilità del cuore umano non è mai lontana da noi. Quando si tratta di vero discepolato, l’agire ha la precedenza sul dire. È innegabile che, in momenti diversi della nostra vita, ricopriamo il ruolo di entrambi i figli. La nostra sfida consiste nel cercare costantemente l’unicità di intenti. Dobbiamo rendere il nostro «sì» a Dio più fedele e più determinato nella nostra vita quotidiana.

La domanda di Gesù, “Chi dei due ha fatto la volontà del padre?” (Mt 21,31) è una sfida per gli ascoltatori e per noi. Ci sta chiedendo: quale dei due figli è veramente giusto? Con chi ci identifichiamo?

Una vera vita spirituale ci aiuta ad affrontare il problema dell’ambiguità personale. La preghiera apre gli occhi del cuore all’esperienza del “Segugio del Cielo”. Si tratta di una bellissima poesia che rivela la grazia di Dio nel suo instancabile perseguimento di noi, nonostante la nostra perenne resistenza alla Sua chiamata. L’amore di Dio cerca continuamente di rendere il nostro «sì» sempre più generoso e coerente. Una preghiera personale fedele e impegnata ci permette di crescere gradualmente nella consapevolezza della nostra ambiguità personale. L’amore meraviglioso e misericordioso di Dio è sempre presente per noi, indipendentemente dalle distrazioni, dagli attaccamenti o dalle illusioni del nostro cuore frammentato. Dobbiamo semplicemente accettare la nostra povertà, che ci rende capaci di rispondere alla chiamata senza fine a una vita nuova. Questo è il nostro «sì» a Gesù. Questa è la nostra conversione. Non è un evento isolato. È un processo continuo, una lotta costante per rimanere fedeli all’impegno di camminare sulle orme di Gesù.

È particolarmente opportuno che utilizziamo la nostra partecipazione settimanale all’Eucaristia come momento per rinnovare il nostro “sì” a Dio per l’intera settimana. Il nostro incontro settimanale con Cristo eucaristico ci prepara sempre ai momenti speciali e, molto spesso, sorprendenti di grazia che ci attendono durante la settimana.

Man mano che impariamo a conoscere noi stessi, acquisiamo maggiore consapevolezza della nostra tendenza all’autoinganno. La nostra inclinazione più forte è quella di trovare un compromesso comodo, in cui il nostro “sì” sia il minimo per Dio e il massimo per noi. Attraverso la fedeltà alla preghiera, impariamo a conoscere la geografia del cuore umano. Impariamo a riconoscere il grande abisso che separa le buone intenzioni della mente dalla realtà vissuta. Impariamo che chiunque scelga di cambiare il proprio cuore in meglio sarà accolto nel regno di Dio.

Dio è paziente con noi, ma proprio come i discepoli, arriva un momento in cui dobbiamo camminare con Gesù verso Gerusalemme. È nella fedeltà alla preghiera che ci libereremo da un cuore turbato, intrappolato nell’enigma tra l’impegno e l’autoindulgenza. La fedeltà a Gesù ci lascia nel cuore un unico desiderio: un «sì» libero e generoso al messaggio del Vangelo.

Iscriviti al blog di padre Tracy
E ricevi una notifica quando p. Tracy pubblica un post