Dal chiedere all’ascoltare
L'evoluzione della preghiera nel cammino carmelitano
Di Kenneth J. Pino
Per molte persone, la preghiera inizia in modo molto semplice. Da bambini, spesso impariamo a pregare chiedendo. Chiediamo a Dio di aiutarci, proteggerci, confortarci e darci ciò di cui pensiamo di aver bisogno. Queste prime preghiere possono essere semplici, immediate e personali: aiutami a superare questo esame, aiuta la mia squadra a vincere, aiutami a non avere paura, aiutami a ottenere ciò che desidero.
Non c’è nulla di sbagliato in questo inizio. La preghiera di supplica è spesso il primo linguaggio della fede. Insegna al bambino che Dio è vicino, che Dio ascolta e che ci si può rivolgere a Lui. Un bambino che chiede aiuto a Dio ha già compiuto il primo passo verso una relazione con Lui. La preghiera può essere semplice, ma non è insignificante. È l’apertura del cuore.
Man mano che il bambino cresce, la preghiera spesso inizia ad ampliarsi. Il bambino che un tempo pregava soprattutto per se stesso può iniziare a pregare per gli altri: per i genitori, gli amici, i nonni, gli insegnanti, i malati, chi si sente solo o chi si trova in difficoltà. La preghiera diventa meno egocentrica e più compassionevole. Il cuore comincia a scoprire che la cura di Dio non si limita ai bisogni di una sola persona. L’amore di Dio si estende verso l’esterno, e così fa anche la preghiera.
Con il passare del tempo, anche le cose per cui preghiamo cambiano. Possiamo passare da richieste vaghe o astratte a preoccupazioni più concrete. Preghiamo per la scuola, il lavoro, le relazioni, le decisioni, il dolore, la malattia, il perdono e lo scopo della vita. Le preghiere iniziano a toccare più profondamente la vita reale. Non si tratta più solo di chiedere a Dio di cambiare le circostanze. Diventa un modo per portare tutta la nostra vita davanti a Dio.
Ad un certo punto del cammino spirituale, la preghiera può compiere un ulteriore passo avanti. Cominciamo a leggere la Scrittura non semplicemente come parole su una pagina, ma come un messaggio vivo. Iniziamo ad ascoltare ciò che Dio ci dice attraverso le storie, le difficoltà, le promesse e i silenzi delle Scritture. Cominciamo a riconoscerci nei personaggi della Bibbia: nella loro paura, nel loro vagare, nella loro speranza, nei loro fallimenti, nel loro coraggio e nel loro desiderio di Dio.
Questa fase della preghiera non è più solo una richiesta. Diventa riflessione. Ci sediamo con la Parola di Dio. Le permettiamo di interrogarci, di plasmarci, di turbarci, di confortarci e di guidarci. Cominciamo a capire che la Scrittura non è semplicemente qualcosa da studiare. È qualcosa in cui addentrarsi. Diventa uno spazio sacro dove l’anima incontra Dio.
Da lì, la preghiera può approfondirsi fino a diventare contemplazione. La preghiera contemplativa non consiste nel dire più parole. Spesso, consiste nel dirne meno. Consiste nel rimanere abbastanza immobili da percepire la presenza di Dio. Consiste nel permettere al cuore di riposare in Dio senza bisogno di controllare il dialogo.
La contemplazione non è un risultato. La contemplazione non si ‘guadagna’. Né è qualcosa a cui abbiamo diritto in virtù di tutti i nostri sforzi per raggiungerla. La contemplazione è come un bambino che riposa tra le braccia dei propri genitori, sereno nella certezza che, qualunque cosa accada, è al sicuro tra le braccia di chi lo ama e lo protegge. La contemplazione porta gioia, che non è la stessa cosa della felicità. La felicità va e viene. La gioia è la prospettiva duratura che nasce quando riconosciamo la profondità del nostro legame con Dio. E quella prospettiva, quello stato di gioia, è il frutto della contemplazione. La gioia persiste anche nei momenti difficili e nelle notti buie.
In questa preghiera più profonda, passiamo dal rivolgerci a Dio all’essere con Dio. Passiamo dal chiedere a Dio di spiegarci ogni cosa all’imparare a riconoscere dove Dio sta già agendo. Cominciamo a vedere Dio non come distante o nascosto, ma come presente nel mondo, nelle persone, nella misericordia, nella sofferenza, nella bellezza, nel servizio e nei silenziosi movimenti della grazia.
Si tratta di un cambiamento profondo. Chi ha raggiunto la maturità nella preghiera non smette di chiedere. La supplica rimane parte integrante della vita spirituale. Ma chiedere non è più l’essenza stessa della preghiera. La preghiera diventa ascolto. Diventa visione. Diventa risposta.
La domanda non è più solo: “Dio, cosa farai per me?”, ma diventa: “Dio, dove sei presente e in che modo mi chiami a rispondere?”.”
È proprio qui che la tradizione carmelitana si esprime con particolare bellezza. Il cammino carmelitano è sempre stato un cammino verso l’interno, ma mai fine a se stesso. Il Carmelo invita l’anima al silenzio, alla solitudine, alla preghiera e alla contemplazione affinché la persona possa diventare più pienamente consapevole della presenza di Dio nel mondo.
Il carmelitano non si allontana dal mondo per sfuggirgli. Il carmelitano impara a guardare il mondo con gli occhi della preghiera. Nel silenzio del Carmelo, il rumore dell’egoismo comincia a svanire. Nella contemplazione, l’anima diventa più attenta. Nella preghiera, il cuore diventa più aperto a Dio.
Questo percorso non consiste semplicemente nel diventare più spirituali. Consiste nel diventare più fedeli, più amorevoli, più consapevoli e più sensibili. Il frutto della preghiera non è solo un conforto personale. Il frutto della preghiera è la trasformazione. Chi ha davvero ascoltato Dio comincia a vivere in modo diverso.
Questo è il passaggio dal percorso carmelitano alla via carmelitana.
Il cammino carmelitano è un percorso di crescita: dalla supplica alla compassione, dalla Scrittura alla riflessione, dalla riflessione alla contemplazione, dalla contemplazione alla comunione. Lungo questo percorso, la preghiera matura. La persona matura. L’anima impara che Dio non si trova solo nelle risposte, ma anche nella presenza.
La via carmelitana è ciò che accade quando quel cammino diventa uno stile di vita. Non è più qualcosa che pratichiamo solo in cappella, solo in silenzio o solo in determinati momenti della giornata. Diventa il modello secondo cui guardiamo, ascoltiamo, amiamo e serviamo. La via carmelitana è la preghiera incarnata.
Nel suo significato più profondo, la preghiera non è una fuga dal mondo, ma un modo più chiaro per entrarvi. Impariamo a vedere Dio all’opera oggi: nei poveri, in chi è nel dolore, nei generosi, in chi è alla ricerca, nei feriti, in chi opera per la pace, nei gesti ordinari di misericordia che spesso passano inosservati.
Una vita di preghiera matura non esige che Dio dia costantemente prova di sé. Al contrario, impara a riconoscerLo. Non interroga Dio da lontano, ma osserva, ascolta e risponde nell’ambito di un rapporto di fiducia.
Questo è il cuore della vita contemplativa. Questo è il dono del Carmelo. La preghiera inizia con la richiesta, ma non si ferma lì. Si trasforma in ascolto. L’ascolto si trasforma in visione. La visione si trasforma in amore. E l’amore, quando è vissuto con fede, diventa la via carmelitana.
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